Domina Ludi

Domina Ludi

Domina Ludi indaga la relazione tra archivio, memoria e costruzione della storia attraverso l’utilizzo di negativi fotografici provenienti dalle collezioni digitali civiche di Milano. Il lavoro si sviluppa a partire da materiali d’archivio che vengono riattivati come elementi narrativi in grado di generare nuove letture del passato e di mettere in discussione la natura stessa dell’immagine documentaria. Il nucleo della ricerca è la vicenda di Sibilia Zanni e Pierina Bugatis, due donne vissute a Milano alla fine del XIV secolo e coinvolte nei processi inquisitoriali che contribuiscono alla definizione precoce della figura della “strega” in Europa. Nei resoconti processuali, Sibilia e Pierina vengono associate alla figura della Domina Ludi, entità simbolica legata a pratiche notturne e rituali comunitari. In queste narrazioni, oggi rilette criticamente dalla storiografia, si riflette un mondo in cui il confine tra l’esperienza vissuta e la costruzione inquisitoriale è profondamente instabile. La loro vicenda, culminata nella condanna al rogo nel 1390 a Milano, rappresenta uno dei primi esempi di quel processo culturale e repressivo che porterà alla successiva sistematizzazione della caccia alle streghe in Europa. Attraverso l’utilizzo dei negativi d’archivio, il progetto ricompone questa storia per frammenti visivi e consente di restituire presenza a ciò che è stato marginalizzato o cancellato dalla narrazione ufficiale, interrogando così i meccanismi attraverso cui la storia viene prodotta e registrata. Domina Ludi si colloca tra documento e immaginazione, tra ricerca storica e costruzione poetica, aprendo uno spazio critico in cui l’immagine d’archivio diviene uno strumento per ripensare il rapporto tra passato e presente.







































La vicenda di Sibilia Zanni, moglie di Lombardo de Fregulati, e Pierina Bugatis, figlia di Zambello de Bugatis e moglie di Pietro da Brivio, è uno dei casi più affascinanti e controversi della storia della stregoneria medievale italiana. Le due donne, entrambe milanesi e sposate, comparvero per la prima volta davanti al tribunale dell’Inquisizione nel 1384. Grazie alle sentenze conservate, possiamo ricostruire una storia che si colloca a metà strada tra il folklore popolare, le credenze religiose e la nascente idea di stregoneria che nei secoli successivi avrebbe alimentato le grandi cacce alle streghe.
Davanti all’inquisitore fra’ Ruggero da Casale, Sibilia e Pierina raccontarono senza apparente timore di partecipare a un misterioso “Gioco” che si svolgeva nelle notti tra il giovedì e il venerdì sotto la guida di una figura femminile chiamata Madonna Oriente, Signora del Gioco. Questa entità, identificata nelle fonti anche con Diana o Erodiade, era descritta come una signora potente e benevola, capace di conoscere il futuro, insegnare l’uso delle erbe medicinali e aiutare i suoi seguaci a risolvere problemi legati a malattie, malefici e furti.
Secondo le loro deposizioni, alle riunioni partecipavano sia vivi sia morti. Pierina raccontò di essere stata introdotta nella compagnia quando aveva sedici anni dalla zia Anexina, che aveva bisogno di una sostituta prima di poter morire. Durante questi incontri si tenevano banchetti nei quali venivano macellati animali che, una volta consumati, venivano miracolosamente riportati in vita da Madonna Oriente. Le due donne narrarono inoltre che la Signora e il suo seguito visitavano le case durante la notte: se trovavano cibo lasciato sulle tavole lo consumavano con gratitudine e benedicevano le abitazioni pulite e ordinate.
Per Sibilia e Pierina queste esperienze non avevano nulla di malvagio. Al contrario, esse consideravano Madonna Oriente una figura positiva e non ritenevano che la partecipazione al Gioco fosse incompatibile con la fede cristiana. Proprio questo aspetto colpì gli inquisitori. Fra’ Ruggero e l’arcivescovo di Milano interpretarono infatti le loro confessioni non come la descrizione di eventi realmente accaduti, ma come fantasie, superstizioni o illusioni diaboliche. Le due donne furono quindi condannate soltanto a una penitenza pubblica, al pagamento di una multa e all’obbligo di indossare un abito contrassegnato da croci gialle, simbolo della loro colpa e del loro pentimento.
La vicenda però non si concluse lì. Sei anni dopo, nel 1390, Sibilia e Pierina furono nuovamente processate, questa volta dall’inquisitore fra’ Beltramino da Cernuscullo. Le due ammisero di aver ripreso a frequentare il Gioco nonostante la precedente abiura. Nelle nuove deposizioni comparve anche un elemento che avvicina maggiormente il loro racconto all’immaginario della stregoneria successiva: Pierina dichiarò di aver avuto rapporti con un demone chiamato Lucifello e di aver stretto con lui un patto suggellato con il sangue. Alcuni studiosi ritengono che questo dettaglio possa essere stato influenzato dalle domande degli inquisitori, poiché appare poco coerente con il resto delle credenze espresse dalle due donne, incentrate soprattutto sulla figura positiva di Madonna Oriente.
Il secondo processo si concluse tragicamente. Sappiamo anche che Pierina confessò di considerare Madonna Oriente come la Signora della loro compagnia, proprio come Cristo è Signore del mondo. Non vi era più molta clemenza verso chi credeva nel soprannaturale e mescolava pratiche eretiche con quelle cristiane, così le donne, considerate “relapse”, cioè ricadute nell’eresia dopo averla formalmente rinnegata, furono condannate al rogo nell’estate del 1390 a pochi mesi di distanza.
Il loro processo, con relativa condanna al rogo, segna l’inizio della caccia alle streghe alle porte dell’era Moderna.