Giriamo in tondo nella notte e veniamo consumati dal fuoco

Giriamo in tondo nella notte e veniamo consumati dal fuoco

Giriamo in tondo nella notte e veniamo consumati dal fuoco

2024-2025

Giriamo in tondo nella notte e veniamo consumati dal fuoco è un’esplorazione dell’esistenza nel suo ciclo di nascita, trasformazione e rinascita. Il titolo è la traduzione della frase latina palindroma “In girum imus nocte et consumimur igni”, un rimando al comportamento delle falene di attrazione e orientamento verso una fonte di luce che consuma e trasforma il loro corpo. Questo fenomeno, noto come fototassi positiva, diviene il punto di partenza per una riflessione più ampia sull’esistenza umana, rivelando un’analogia con l’attitudine dell’essere umano a varcare i confini dell’esperienza sensibile, confrontandosi con l’ignoto, anche a costo della propria distruzione. Una consunzione che non si rivela distruttiva, ma trasformativa, un superamento dei limiti materiali che culmina in una condizione in cui vita e morte si fondono. In questo contesto, la luce rappresenta non solo un elemento di distruzione ma anche di creazione in quanto, attraverso questa stessa distruzione, rivela la vera essenza dell’esistenza: la vulnerabilità come fonte di forza intrinseca, la consapevolezza della perdita che fa valorizzare il presente, la ciclicità della vita che trasforma ogni fine in un nuovo inizio. Il progetto assume un punto di vista dell’esistenza intesa come un ciclo naturale in cui ogni cosa è interconnessa all’altra e ogni specie legata attraverso fili indivisibili di interdipendenza. Tuttavia, al giorno d’oggi, l’ossessione umana di dominare la natura puramente per scopi egoistici sta determinando un allontanamento dall’essere parte di un ciclo vitale più ampio e lo stesso inquinamento luminoso è un’importante minaccia per la biodiversità alterando gli equilibri naturali. Giriamo in tondo nella notte e veniamo consumati dal fuoco diviene dunque anche un tentativo di ristabilire questa connessione che sta progressivamente svanendo. La fusione tra corpo e luce, in cui la materia corporea diviene parte di un’entità più vasta, consente di considerare l’esistenza con uno sguardo differente nel tentativo di ristabilire una connessione universale.
















































































“Lontana dal fracasso e dalla bulimica produzione di immagini che soffocano ogni ambito della vita, Alice Muratore propone un sussurro, un battito di ciglia, una presenza sull’orlo della sparizione. La fragilità non lascia però presagire nulla di intimistico e lentamente la luce dona alla cecità un sapore domenicale e allo stesso tempo macabro. L’opera ci racconta di falene aggirarsi scontrose ad occhi indiscreti, abitare la notte e probabilmente custodirne i segreti; forse geloso, il chiarore le attira a sé e le strega di un incantesimo che, come l’amore, rimodella senza requie il confine tra la vita e la morte. Il bianco e il nero delle stampe, o più precisamente le infinite gradazioni di un grigio perlaceo e lunare, ricordano la nascita della fotografia: le attese, il prometeico desiderio di accarezzare l’eternità, ma soprattutto la violenza dei raggi luminosi su una materia che, come le falene, respira e spira. L’artista ci porta in punta di piedi sul baratro dell’ignoto e ci fa rivivere la trasformazione alchemica e quasi magica della fotografia; in altre parole, ci ricorda l’arcaico piacere della paura del buio e l’innata attrazione al fuoco che crescendo tendiamo ad assopire. Quale bambino non ha toccato ciò che la madre gli ha detto di non toccare? E quale madre non ha sorriso del figlio scottato ma proprio per questo per la prima volta uomo? Forse attraverso quel piccolo scotto passano infinite delusioni e cadute, ma anche la chiara percezione del sangue che scorre nelle nostre vene e del battito che spesso ci dimentichiamo di ascoltare. È così che l’opera ci accompagna in uno spazio dove la poesia regna finalmente indisturbata e dove quindi lo spazio tra un verso e l’altro è solo apparentemente vuoto; si tratta infatti di un magma impalpabile e graffiante dove l’attesa non è la noiosa transizione tra un avvenimento e l’altro, ma è la scintilla volta ad attivare un’immaginazione instancabile. È grazie a questa pausa che vediamo ciò che non si vede ma che non per questo non esiste. Nell’opera scorgiamo abbondantemente questa carica poetica e infatti il bianco scolpisce una figura umana, forse una donna in un paesaggio fiorito; insieme notiamo una falena nascondersi nel suo manto come una foglia autunnale prima di cadere; per ultimo cogliamo un pallido selciato e quella che può sembrare la base di un albero abbattuto. Ma veramente vediamo? Chiudiamo gli occhi e pensiamo di non vedere, eppure è in quel momento che residui di luce ostinatamente si aggrappano tra la pupilla e la palpebra, e solo lì ci sorprende la donna trasformarsi nella spuma del mare, la falena diventare l’artiglio di una tigre, e il selciato mascherarsi nel tappeto preferito di un principe persiano.”

Luisa Turuani